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lunedì, 10 settembre 2007
Troverai sulla sinistra della casa di Ade una fonte/ e accanto ad essa un cipresso bianco che si drizza / a questa fonte non avvicinarti troppo. / Ne troverai un’altra, dalla palude di Mnemosine, / fredda acqua dalla fonte corrente; dinnanzi stanno i custodi. / Dì loro:”Della terra sono figlio e di Urano stellato. / la mia stirpe è dunque celeste; ma questo sapete anche voi. / Io sono ardente di sete, e muoio; ma datemi, presto, / la fredda acqua che scorre impetuosa dalla palude di Mnemosine” / Essi te la daranno a bere dalla fonte divina, / e allora insieme ad altri eroi tu salirai in alto”.
 
Si tratta di un’iscrizione funebre ritrovata in lamine auree nelle tombe orfiche a Roma a Creta e nella Magna Grecia, (IV-III sec. a. C.), scoperte resistite appese a quel che rimaneva del collo dei defunti.
Franchi ce ne centellina i residui frammenti – di un’altra appena differente versione (sua?) – fino alla pagina idealmente spartiacque tra due parti (solamente? Poliromanzo? Romanzo-rizoma?) della sua opera. Su questo reperto testuale sappiamo che si trattava delle indicazioni dei vivi per i morti, quel che avrebbero dovuto percorrere per l’iniziazione alla vita in morte.
Riflettendo ci si accorge che nel primo complesso di capitoli-racconti (fino a pag. 63), l’autore ci parla del decesso, dell’ostacolo ferreo alla manifestazione dell’intellettuale come intelligenza che sia azione e senso vivo.
Successivamente si prospetta il nuovo inizio, la discesa nell’arena della contemporaneità con in pugno partita IVA e integrità, eroicamente. E questa eroicità va riconosciuta, rivendicata e condivisa, per non dimenticarsi di non essere nati Schiavi Moderni.
Quindi il mondo del lavoro, che è indivisibile per il narratore da quello della letteratura, perché egli incarna momento per momento la sua medesima arte. Il conflitto irrisolto tra un io genuino e votato alla correttezza, che si scontra sempre e comunque con l’esterno fatto di disillusione e tremenda rassegnazione. Il nostro non cede terreno, continua a combattere fuori dal limite della pagine, sconfinando nelle nostre coscienze.
 
Colpisce immediatamente la dedica: “A mio Padre / A Patrizia / A Patrick”, che insieme alla P di Pagano seguono uno stilema tipicissimo del classico latino: l’uso dell’allitterazione.
La carica non assiduamente lirica dello stile è luminosa, leggera e sempre elegante, in una eccellente commistione tra ritmicità elevata e respiro profondo e giovanile. Lessico sobrio e mirabilmente controllato, senza sbavature o disarmonie. Controllo di un linguaggio faticosamente limato e appuntito negli anni, temperato e mai spiacevole, che scansa la possibilità della noia del lettore con periodi secchi, profusi di polisemia evocativa, quali fuochi che costruiscono un reticolo di luce palpitante. Anche qui tracce della sperimentazione come nel predecessore Disorder, frasi spezzate del complemento - che sono messaggi diretti a chi già sa, a chi condivide, oppure che sono come verbi all’infinito di volta in volta aderibili e coniugabili universalmente -, e in particolar modo alcuni passi dove un flusso di pensiero privo di punteggiature che richiama ancora una volta il Tondelli, di Pao Pao (pag. 84-86).
Si percepisce, nella lingua, la palestra di critica militante e dis-accademica praticata in centinai di recensioni librarie e non solo nei siti Lankelot.com poi Lankelot.eu: precisione, lucidità, sensatezza puntigliosa, forza degli argomenti. Ma in quanto lettore titanico, Franchi racchiude innumerevoli fonti e nessun maestro.
 
Insieme alle parti indefinitamente autobiografiche, uno degli argomenti princeps è quello più strettamente politico.
Georges Sorel sosteneva il concetto, senza dubbio controverso, delle idee-forza, pensieri che, nell’immobilità di una apparente non-azione, un particolare individuo – un soggetto politico, dominatore -, imponesse alla psicologia delle masse un potere dall’alto, invisibile o quasi, che decidesse in indipendenza propria del persuasore, quel che il popolo dovesse, non blandamente pensare, si badi, ma fare.
Ci sono stati tempi nei quali questo presupposto potere era nelle mani di capi-clan, condottieri, imperatori. Politici, magari giornali, e forse, potrebbe essere capitato, intellettuali. Oggi: i grandi media: televisione come effetto. Gruppi oligarchici indegni quali causa.
Concetti già cardine di una delle più lineari fonti di approvvigionamento del circuito di valori dell’io narrante, il tremebondo, ostracizzato, incompreso e strumentalizzato intellettuale filosofo Julius Evola. Fu Franchi stesso a consigliarmi la lettura di un certo Imperialismo Pagano, pamplhet micidiale e polemico uscito nel 1928, in Italia. Il libro si inseriva nel dibattito interno al fascismo antecedente ai Patti Lateranensi. Serrata accusa contro un fascismo che scendeva a patti con la Chiesa, che invece, presentandosi come erede di un Impero Romano, sarebbe dovuto idealmente rimanere fedele al concetto pagano, di religione - iniziatico e sapienziale -, e, soprattutto, di ogni campo dell’esistenza. Questa elaborazione, in Evola, era una realtà di meritocrazie, e perciò gerarchica. Ma non una piramide di violenze verso il basso, una costruzione di organismo del popolo che centra nelle sfere più alte i più capaci, semplicemente, ma anche i più spiritualmente retti e perciò generosi e colmi di umanità. Questo è il senso della frase: “Non mi riconosco nel sistema partitico e non mi riconosco nel principio dell’uguaglianza, da nessun punto di vista.” (pag. 104).
 
Il nemico però stavolta non è sola la Chiesa cattolica, ma lo Stato in primo piano. Perché l’Ade della letteratura nazionale non è effetto minimo in un contesto irrelato, assolutamente è il risultato ultimo di una definizione di Stato indegna, povera, ingiustificabile. Stato che non riconduce unione, non contempla identità e tanto meno necessità. Questo tutti lo intuiamo, Franchi nomina e ufficializza.
Una cultura di destra che riprende il suo corso, in un senso di vera, autentica e idealistica prospettiva, lontana dal valore unico dell’organizzazione sociale caratterizzata esclusivamente da criteri economici, come tipicamente massimalista negli ultimi secoli da ogni fronte. Una filosofia di destra che punta all’emersione del più dotato, non migliore o del superiore – qui sta l’emblematica pericolosità di questo indirizzo – ma del più meritevole, nell’accezione esemplare del termine. Quindi Franchi attacca il nemico e ottuso materialismo marxista, con le sue misere e desolanti filiazioni italiote, attacca la violenza, la grossolanità, l’intolleranza nel fascismo, riprendendone però in dibattito l’intero disegno, suggerendo che la storia fatta dai vincitori non deve essere interiorizzata come oro colato, così come invece si è fatto dall’Italia del dopoguerra in avanti.
E il blocco statunitense, vincitore della guerra, è il dittatore economico che impone la sua libertà, la sua cultura, la sua totale mancanza di spiritualità e inesistente cifra trascendente della vita. Individua nella carestia delle arti letterarie il più vicino responsabile nel modello mercificante delle grandi marche editoriali, ne condanna gli scempi e la progressiva opera di desertificazione di qualsiasi speranza di rinascenza. Tangibilità naturale maturazione dell’intera filosofia immanente degli ultimi secoli. Ai tempi di Roma i valori erano altri. Non era il denaro che dava valore all’uomo ma l’uomo di valore a conquistare anche denaro. E non si trattava degli stessi valori di adesso.
 
Nucleo rovente della rabbia appassionata del libro è il non arrendersi, mai, al compromesso che significa impurità, magari finendo schiacciati, ma cadendo paganamente in battaglia, in vece di qualcosa di più grande, magari di inesistente ma sicuramente immaginabile, ricercabile e desiderabile. E si immagina una realtà secessionista di Comuni, di affiliazioni mondate di artificiosità peninsulare, nell’epifania dell’unico concetto che sopravvive al marcio e al buio: l’appartenenza. Che significa amicizia, ideale, battaglia comune e solidarietà totale con i propri simili.
Ci spiega che è ora di riprendere l’abitudine di pensare con coraggio, senza timore di capire verità troppo lontane dalla consuetudine accettata. Lo stato è parassita nominale e senz’anima: bene, lo rinneghiamo, gettiamo tutto e si ricomincia da capo. Certo, magari noi tutti non siamo personaggi di un romanzo, la politica d’oggi ha ragione e si deve sottostare al di là del bene e del male, nella giustificazione dei mezzi, ma questa è un’altra idea che si dimostra combattendola, e magari snaturandola per poi storicamente superarla. Un esempio lontano c’è stato, sembra, ed è quello Pagano e Romano.  Franchi contro tutti e insieme a pochi, che si sforza di elevarsi dalla logica del possesso, pretendendo senza concessioni dignità, lealtà, intelligenza.
Che sia tutta illusione, sogno imprigionato nell’adolescenza? Questo ha importanza solo a seconda dell’appartenenza del lettore. Questo è un Romanzo, Letteratura disperata e generosa, inarresa, quindi guerriera.
 
 
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Gianfranco Franchi (Trieste 1978), ha pubblicato due “laboratori” di poesia,
L’imperfezione-opera III (2002) e Ombra della fontana (2003) e una raccolta di racconti dal titolo Disorder (2006). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, Ouverture e Der Wunderwagen, tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato Lankelot.eu. Ha cambiato spesso lavoro.
Vive a Monteverde Vecchio, Roma.
 
Franchi in Lankelot:
 
Franchi Gianfranco - Pagano di Paolo Mascheri
Franchi Gianfranco - Pagano di Luca Martello


Già apparso su www.lankelot.eu
 
Gianluigi Pala
postato da: Arpaeolia alle ore 16:14 | Link | commenti (3)
categoria:politica, libri, letteratura, roma, leggere, tondelli, franchi, paganesimo, evola, pagano, cultura di destra, sorel
giovedì, 12 luglio 2007
Yvonne Vera fa parte di una generazione di scrittori, africani che almeno negli ultimi decenni iniziamo a conoscere in Occidente. Sfortunatamente per lungo tempo il continente africano è rimasto terreno “arido” alla letteratura, almeno nella ricezione di noi lettori occidentali. Che questo sia riconducibile a una precarietà dei territori magari appestati dalle guerre, a un’Africa della civiltà moderna della “crisi”, oppure a qualche altro oscuro fattore non so dire con certezza, certo ci sarebbe l’interesse per una profonda riflessione in merito.

Il romanzo Le vergini delle rocce può essere facilmente interpretato come una sottile allegoria della storia dei quarant’anni, forse i più importanti del Novecento, del paese d’origine dell’autrice, lo Zimbabwe, dai ‘50 fino agli anni ‘80, successivi all’indipendenza nazionale nell’80. Due sorelle come le due fasi di identità del paese: Tenjiwe, la maggiore, che vive tra una città dove vige l’apartheid, tant’è che per le coppiette di colore si crea il rito di incontrarsi agli angoli delle strade, perché la maggior parte degli edifici sono a loro preclusi, e la realtà rurale, dove sembra esistere margine di maggiore libertà ma dove tuttavia persiste una sicurezza e una calma solo apparente, perché sarà lontano dalle luci elettriche cittadine che si consumeranno le espressioni più tragiche della guerra civile. L’altra sorella, protagonista principale della storia, Nonceba, è invece la Nazione dell’autonomia e della speranza, che però nasce già all’insegna del sopruso e dell’anima stuprata e stracciata, proprio dagli orrori della guerra; e i carnefici responsabili non sono i colonizzatori, ma gli stessi africani, responsabili forse non ultimi ma più evidenti delle proprie cicatrici.

Il libro si apre splendidamente con una sorta di ambiente “jazz", cittadino, metropolitano, dove frammenti lirici dipingono l’agnizione del reale. Una liricità lucidissima, che dilata fino al parossismo il tempo della scrittura, che con le armi della retorica fa emergere le sfumature trascurate e soffuse della realtà, rigenerandola di senso estetico e sublimandola. Descritte con astrattezza, le immagini di vita quotidiana, in un linguaggio capace di incantare, si crea l’effetto di rinascita di nuova riflessione sulla semplicità del contingente che si fa florilegio.
Allontanandoci dalla città emerge la definita affinità dell’autrice per gli spazi tipicamente africani, come le distese aperte, gli elementi naturali come terra, cielo, pioggia ecc. Col secondo capitolo si assiste a un caratteristico e interessante procedere per "associazioni", dove parole e suggestioni si rincorrono e dispiegano una linea con una conclusione apparentemente lontana dalla partenza. Sembra che una riflessione e descrizione si perda nella successiva come un flusso libero, senza apparente continuità che non sia quasi casuale.
Inizia a cristallizzarsi un fare letteratura "mitico", come se ci si trovasse in un "tempo e spazio mitico", quindi un "non-tempo" e un "non-spazio". Le donne sono essenze assolute, gli uomini lo stesso, come loro, incarnano sensi puri ed evocano grandezze elementali inusitate. Evidente la doppia dualità donna uomo e due donne-due uomini, che sono antitetici ognuno rispettivamente all’altro - nei due modi di essere donna e uomo -, ma mai superficialmente, in modo grossolanamente meccanico.

La sensibilità della Vera è femminile, la sua scrittura è femminea, e ciò è più evidente per come vengono raffigurati i personaggi maschili: sono uomini sempre, anche nell’abiezione più colpevole, con una profonda dignità insita, succubi degli istinti, palesemente bambini nei sentimenti e impulsivi, che talvolta si sacrificano, che compiono anche violenze perfettamente malvagie ma che non sembrano possedere del tutto la padronanza della propria coscienza, quasi inevitabili espressioni di forze superiori o della loro natura di energia a volte cieca. E questa femminilità della scrittura di manifesta splendidamente anche nello stile "placido", per niente irruente, che scorre quasi fosse un ciclo lunare, il quale con esiti positivi abbraccia una mitezza contemplativa quasi materna, appunto. Non c’è aggressività nello stile di Vera, nemmeno irriverenza, cose che spessissimo, da lettori, siamo stati abituati a riscontrare in scrittori maschi; piuttosto una fiducia quasi gravida, armonica col creato e con le cose semplici, per la natura e le sue imposizioni spesso incomprensibili. Infatti la natura è madre partoriente legittimazione, che tutto contiene e tutto dispensa. Sarà infatti la fuga dalla natura, dalle rocce e dal paese verso la città, a permettere un nuovo inizio, diverso dalle logiche millenarie e quasi invincibili del sangue nocivo incosciente, ma esplosivamente e pericolosamente vitale e mortale nell‘eccesso, della ruralità.

E sarà nel titolo, che si riferisce a degli affreschi in una grotta persi nei tempi più remoti, che si celerà il senso non ultimo ma sicuramente quintessenziale dell’opera: si distingue un rito funebre per un re, che dovrà essere accompagnato nella morte da un gruppo di giovani vergini, in sacrificio. In realtà, sembra spiegarci Vera, non è mai sacrificio il sangue e la perdita dissipati per una causa disperata e priva di senso. Sacrificio di vita è il volontario scambio di ciò che si ha di più caro con qualcosa di più grande, di più importante. Invece la processione di morte delle vergini, pur consenzienti, non porta a nessuna conquista, solo ad altro dolore e a mortale inganno. In realtà quello delle vergini non è sacrificio ma suicidio, sbagliato atto di pura inutilità, almeno in questo caso, di un’Africa che non sa emanciparsi da un ciclo di perpetui annichilamenti della sua gente e del suo spirito, in una giurisdizione della ferocia e dell’autolesionismo incredibilmente strapotenti e, con la stessa tragicità, mellifluamente padroni.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Yvonne Vera (Bulawayo, Zimbabwe, 1964 - Toronto 2005), scrittrice africana in lingua inglese. 

Yvonne Vera, “Le vergini delle rocce”, Frassinelli, 2004. Traduzione e Postfazione di Francesca Romana Paci.

Prima edizione: “The Stone Virgins”, 2003.   

Approfondimento in rete:
http://www.club.it/culture/culture2002/francesca.romana.paci/corpo.tx.paci.html
http://www.unisi.it/lettura.scrittura/imago/vergini/
http://www.didaweb.net/mediatori/articolo.php?id_vol=814


Già apparso su www.lankelot.eu


Gianluigi Pala
postato da: Arpaeolia alle ore 23:14 | Link | commenti (1)
categoria:zimbabwe, letteratura inglese, yvonne vera, letteratura africana
venerdì, 22 giugno 2007

Catamerone è una cosiddetta autoantologia che raccoglie poesie risalenti alle prime raccolte di versi del periodo giovanile sanguinetiano. In questo articolo ci occuperemo limitatamente alle sezioni: Laborintus (1956) e Purgatorio de l’Inferno (1964).

Si tratta di poesia difficile, concentrata nello studio del linguaggio e nella riflessione sociale e ideologica del suo ruolo “celato” di rappresentazione del mondo. Possiamo identificare come argomento principe di tutta l’opera del poeta la sua profonda ed elaboratissima riflessione sul linguaggio, atta a dimostrare come ogni modo di esprimersi, ogni tipologia di comunicazione costituisca insita in se stessa una specifica visione del mondo, una peculiare ideologia del vivere e dell’interpretare. Quindi nessun linguaggio è “innocente”, affatto è sempre fenomenologia di un costituito e partigiano sistema di poteri, che sia livellato sulla classe sociale o sul cosmo di appartenenza a differenti categorie di persone. Quindi il linguaggio è strumento di potere, di coercizione e agente psicologico e ontologico dei componenti della società stessa, che ne vengono attraversati e condizionati e assoggettati in controllo indiretto e ambiguo di pensiero.

 

Sanguineti è anima principe della cosiddetta “neoavanguardia” che dal dopoguerra in poi nomina la diffratta congerie di poeti che, nella poliedricità di diversioni, sono accomunati dalla volontà indefessa di rielaborare il modo di fare poesia, distaccandosi dalle tendenze latamente ermetiche e fortemente liricizzanti del primo mezzo secolo. Momento innescante della suddetta neoavanguardia può essere considerato il 1960, quando Calvino pubblica nella rivista “Menabò”, nata nel 1959 dalle ceneri dell’illustre “Officina” pasoliniana, un articolo lucidissimo sulla condizione presente, vale a dire l’osservazione di un progressivo e consapevole distacco dalla soggettività in una rischiosa e antiermetica oggettività dell’esprimersi. Vale a dire che da una decisamente unilaterale dimensione di un fortissimo io dell’enunciazione, si materializzano nuove linee maggioritarie del soggetto parlante, che possono configurarsi nella diffusione dei pronomi plurali, o del tu o di voci indefinite e stranianti pervenenti da una dimensione psichica indeterminata e desoggettivante, appunto. Un rifiuto netto della precedente e fortunata figura dell’artista come Vate, o anche del poeta ermetico  che parla di sé distaccandosi dal contingente, alienandosi come volontà di deliberata fumosità e, in qualche grado, sacralizzata personificazione dell’artista. Quindi il poeta del dopoguerra non è più dispensario di verità e guida illuminata della società, piuttosto è anch’esso risultante di un corpo sociale caratterizzato dalla caoticità, confusione, relatività e spaesamento dell’uomo moderno. Una cosiddetta contemporaneità “schizomorfa”, definirà molto bene Giuliani, nell’introduzione ad un altro nodo cruciale per la teorizzazione della poesia del periodo, vale a dire l’uscita dell’antologia “Novissimi” (1961), dove appunto si delinea un sistema collettivo “dissociato”, un io frammentato dalla scoperta dell’incertezza dell’assoluto (pensiamo alle scoperte in campo della Fisica atomica e cosmologica, della filosofia di Bergson, l’esistenzialismo e la fenomenologia, la psicanalisi, etnografia e antropologia, tutti responsabili di una distruzione delle “appartenenze” alle certezze del passato, di una relativizzazione e in qualche concezione, almeno avvertita, conoscitiva irrazionalizzazione delle scienze e, di riflesso, del modo di raffigurare e concepire il mondo). Zanzotto, anni più tardi, farà suo nella poesia un dialogo con i morti che siano però soprattutto testimonianza di quegli stessi valori e certezze del passato morti con loro. Un nuovo mondo dove il soggetto non si sente più padrone della consapevolezza inequivocabile, e quindi, nel tentare il disperato sopravvivere alla dispersione e al disfacimento, ripiega nella messa a fuoco dell’oggetto, nella pratica rassicurate e minima dell’osservazione fedele del dato, della pragmaticità del fenomeno che può dirsi lui solo unica traccia di sicurezza e non illusorio punto di leva. Pare così esaurita l’evoluzione della poesia in senso lato “riservata”, che consta di colta autoreferenzialità, che utilizza un linguaggio di koiné sublimato e lontano dall’uso parlato, che, come polemizzerà Pasolini, si fregia di un cosiddetto “poetese” da “anime belle” che è lontano dalla realtà, dalla storia e dall’attualità, pretto esercizio stilistico ed estetico esaurito in sé e autistico di contributi al dibattito civico. Poesia questa, del quale rappresentante esemplare potremmo richiamare Quasimodo, di una spiccata liricizzazione ed evocatività oscura, fatta di un linguaggio, temi e modi esoterici e selettivamente destinati a specialisti. Si vira in un ripiegamento verso una demistificata dimensione del vero da parte del poeta, che intende rispecchiare la realtà della condizione dell’uomo industriale e, poi, postindustriale, nella civiltà della massificazione, del progresso tecnologico, dell’alienazione e della dissipazione del senso e dei significati.

Sanguineti formalizzerà l’atmosfera vigente in una sua personalissima comunicazione problematicizzata e non soluta, dove il nulla nella vita è d’imboscata e lo scetticismo per le condizioni dell’attualità si fa personaggio conflittuale e ossessionato, alla persistente ricerca di una salvezza che sia verità rivelatrice, che possa innalzarsi al di là delle storture e minacce delle logiche capitalistiche del denaro e del moloch profitto.

 

Ma vediamo ordinatamente com’è composto Catamerone. Un’osservazione su una curiosità tipografica, decisamente misteriosa, è d’obbligo: il volume in questione risulta abbastanza difficile da trovare in commercio, e perché è fuori stampa, e perché non si può certo dire diffusissimo in biblioteche usuali. Ecco che l’unica edizione da me reperita presenta una bizzarria sorprendente, che lascia spazio a dubbi semantici: le pagine non sono stampate linearmente, così come indicherebbero i numeri indicati, ma invece, svoltata la copertina, il testo inizia con una enigmatica pagina 69 e così fino alla fine testuale, per poi riprendere con l’indice e di seguito la pagina 1 e successive. Buon senso farebbe pensare a un banale errore tipografico, anche se sopraggiunge più di un dubbio lecito su una eventuale scelta deliberata dell’autore, portatrice di ignoto significato. Forse qualcuno potrà rischiararmi in merito.

La mia copia si apre perciò con la sezione relativa a Purgatorio de l’Inferno, invece che l’antecedente (anche come paginazione) Laborintus. Sanguineti non ha mai mascherato la sua concezione di massima importanza nella titolazione di una sua opera. Infatti il titolo in questo caso è una citazione da la Cena delle ceneri di Giordano Bruno. Esattamente, nell’opera bruniana, il nome Purgatorio de l’Inferno è nominato nel dialogo di due personaggi diegetici che citano a loro volta un fantomatico testo. Quindi parrebbe un titolo “vacante”, appunto perché non si conservano attestazioni di quest’opera citata e molto lascia pensare a un’invenzione di Bruno. Un titolo inutilizzato che ritorna nella contemporaneità a significare però ben altro che un semplice omaggio. Quali potrebbero essere infatti i tratti in comune tra Bruno e Sanguineti? Tutta la poesia di quest’ultimo, a partire da Laborintus, è risolutezza, come più volte ribadito dall’autore, di riprendere la lezione delle prime avanguardie novecentesche e proseguirne l’intento di sedizione del linguaggio e della tradizione precostituita. Già nel Futurismo asintattismo (eversione sintattica), anisosillabismo (irregolarità del metro sillabico), disfacimento strofico, caduta dei generi poetici ecc. si erano resi protagonisti di un ribaltamento radicale rispetto ai settecento anni di canone e tradizione precedenti. Quello che però Sanguineti vuole riallacciare è un’idea di rivoluzione che non si limiti esclusivamente al livello linguistico, ma che attacchi e sovverta anche il sistema sociale che il linguaggio ora preponderante giustifica e manifesta: la realtà capitalista borghese. Come abbiamo già accennato ogni linguaggio è ideologia, perciò scardinandolo e sviscerandolo ecco che l’ideologia manifesta ne viene focalizzata e smascherata, diventa percettibile e oggettivamente constatabile la menzogna del linguaggio borghese imperante, che si basa sul controllo del pensiero e dell’immaginativo tramite il monopolio della lingua. Sanguineti vuole espropriare il linguaggio delle sue certezze strutturali e semantiche per far emergere un “altrove” del senso dissimile e non partecipe da quello rappresentato dal meccanismo mediatico, attaccando deliberatamente il sistema borghese nella sua dimensione più potente e radicata, quella della strumentalizzazione e appropriazione del senso tramite il linguaggio. Sanguineti è recisamente marxista e sente propria la battaglia in atto, si schiera precocemente e impone il terreno della sua lotta in campo poetico. Ma, ritornando, Bruno come ha a che fare con questo disegno? Nel Proprologo al Candelaio questi si prende sistematicamente e programmaticamente gioco, parodizzando e ridicolizzando, delle pratiche retoriche e scientifiche di aristotelica tradizione, e di quelle liriche petrarchesche e pedantesche, nel mirato fine di marcare l’insensatezza e l’inadeguatezza della tradizione nel suo presente. Facile ricondurci alle sue teorie cosmologiche, del tutto incompatibili con quella che era la “scienza” tolemaica, dogmatica coeva e perciò inverosimile da mettere in discussione. Quindi ecco che Bruno sembra emblematicamente anticipare quella che sarà la missione sanguinetiana: appunto disabilitare e “distruggere” i classici (che sono, dev’essere ben chiaro, i pattern linguistici e perciò ideologici delle loro epoche), ripercorrendo la lezione delle prime avanguardie e però esaurendone il flusso esasperandone la potenzialità. Sanguineti, paradossalmente, vuole distruggere il modello monopolizzante - presente, ma anche di qualunque passato – del linguaggio e della letterarietà, perché vi riconosce il cuore della gerarchizzazione e controllo coercitivo dei pochi sulle masse. Bruno è antesignano di questo, ecco l’esempio.

 

Le tematiche di Purgatorio sono simili a quelle dei precedenti Laborintus ed Erotopaegnia: difficoltà dell’uomo contemporaneo d’integrazione nel flusso degli eventi e degli altri soggetti, alienazione indotta dal sistema economico-sociale inumanizzante, inaridimento dei valori etici e culturali. Differenze sostanziali sono l’ulteriore esempio di antilirismo, nella particolare dimensione dell’amore coniugale, che si discosta antiteticamente da quello di genetica petrarchista della donna mitizzata in un amore tutto fatto di sospiri e languori. Tutt’altro, la vita coniugale è unico vaccino alla realtà svuotata, matrimonio caratterizzato da un amore blando di passioni furenti ma esplicitato con la pacifica e serena condivisione. Il matrimonio è, appunto, insieme al marxismo che ne è sempre riflesso, purgatorio dell’inferno quotidiano e oramai quasi del tutto privo di speranza di fuoriuscita dall’omologazione e deprivazione emotiva. Il marxismo, mai come in questa parte della “trilogia” giovanile, esce allo scoperto e si fa voce unificante e liberatoria dell’io sperequato moderno. Menzionabile decisamente anche la forma “testamentaria” delle ultime poesie, dove vi è un dialogo accorato e affettuoso con i figli, ultima roccaforte per la rinascita di un uomo nuovo.

 

Passiamo di seguito alla prima raccolta, Laborintus. Si tratta, probabilmente, del lavoro in assoluto più importante del letterato genovese. Il titolo è composto dalla parola latina labor (fatica) e intus (avv. di luogo che indica "il profondo"), quindi “luogo profondo della fatica”. Anche qui è citazione da un’opera, medievale, di un tale Everardo il Tedesco. Decisivo anche in questo caso il rimando a un autore che non si colloca generalmente al centro della tradizione ma piuttosto vi si situa ai margini, nella periferia. Non casualmente la parola assomiglia a “labirinto”, qui in un’accezione simbolica di percorso impervio nei sentieri della psiche.

Proviamo a semplificarne i numerosi tratti salienti: iniziato nel 1951, quando ancora il poeta era studente universitario, stupisce per la precocissima consapevolezza e sistematicità di pensiero e di tecnica. Qui si manifesta per la prima volta la sua dichiarata volontà di ripercorre le avanguardie primonovecentesche per esaurirne i modi e le possibilità. Quindi spicca su tutto la sintassi confezionata con la tecnica del montaggio di frammenti, in una percezione talvolta di irrelazione tra le parti. Il linguaggio è completamente antilirico, centrato sulla narratività e costellato da un registo di medietas, con un parlato che ogni qualvolta prevale annulla i toni della solennità. Il montaggio è articolato da numerosi impianti di intere frasi in latino o greco, a volte compare anche il francese. Per il latino e il greco i passi pervengono, fedeli e non modificati, dalle opere classiche più rilevanti della tradizione, come la Retorica aristotelica. Funzione di questi insediamenti, come esposto dall’autore, è quella eminentemente di testimoni di una lingua morta, che associata alla componente di “grandi classici”, rimane a estinguere una posizione di classicità come unica efficienza di “straniamento” quasi del tutto insignificante, che perciò comporta a formule suggestive e spaesanti ma private di concreto e storico messaggio.

Personaggio principale è Laszo, individuo rappresentazione dell’io schizofrenico, dissociato in più identità in conflitto ognuna con l’altra, che percorre un viaggio che assomiglia a una specie di nekuia (topos classico della discesa negli inferi) percorrendo un paesaggio similmente postatomico, sicuramente vicinissimo al luogo della palude e del territorio lunare. Palude e luna sono menzionate, direttamente o indirettamente, più volte nel testo, e si accentuano di una comunanza sostanziale anche di significato. La palude è il luogo della desolazione e dell’ostile ma anche ricettacolo primario della vita, deformabile in brodo primordiale pullulante maternità e rinascenza. Appunto la palude è assai vicina, come familiarità semantica, all’altro personaggio fondamentale, vale a dire Ellie. Questa è insieme archetipo junghiano della femminilità tutta, talvolta madre altre sorella altre  amante. Ellie è la fertilità, che si materializza nella palude e nella figura della luna, da sempre associata ai cicli biologici e ancestrali della femminilità. La palude è terreno tortuoso e minaccioso, che però trascende l’immediata malevolenza celando in sé la promessa di fecondità, di ripristino della vita. La luna è deserto che assomiglia decisivamente appunto a un paesaggio nuclearizzato, inopportuno alla vita ma, in quanto conclusione di morte, ripartenza di nuovo circolo; allo stesso tempo elemento indissolubile parallelamente allo scandire dei cicli naturali, orologio biologico del creato che è anche e per questo orologio naturale della vita. Con la sua gravitazione influenza le maree e dunque interagisce costituzionalmente con l’acqua, con la palude, fonte di vita. Senza insistere anche sui numerosi miti di ogni epoca che associano puntualmente la luna appunto alla sfera del femminile e del procreativo, in quanto affini insondabilmente.

Il viaggio di Laszo è , si può tradurre, il percorso junghiano di ritorno alle origini, alla maternità, per risolvere l’insopportabile invivibilità del presente, che è tutto fuorché a misura d’uomo. Laszo è uno schizofrenico che intraprende l’analisi psicanalitica cercando la soluzione e trovandola, sembrerebbe anche se non ancora in modo chiaro, nel messaggio razionalizzante del marxismo.

 

Sul ruolo del marxismo nella formazione e poetica di Sanguineti forse è bene spendere qualche parola in più. A partire dal dopoguerra il clima culturale italiano, com’è logico, va a risalire la china aprendosi finalmente e pienamente al progresso scientifico e intellettuale dell’Europa tutta. Ruolo fondamentale e importantissimo hanno le prime massicce e sistematiche opere di traduzione, studi ed esperienze che restituiranno linfa eccezionale accendendo un nuovo dibattito e recuperando finalmente il ritardo accumulato a causa dell’isolazionismo e selettività dei contenuti fascista. Sappiamo che Sanguineti fu studente universitario nello stesso periodo nel quale insegnava nello stesso Ateneo Abbagnano. Quindi ebbe un primo approccio con l’esistenzialismo e in particolare con la specifica variante elaborata dal maestro italiano. Altrettanti contatti ebbe con la fenomenologia, e, meritoriamente a un evento avviato in quegli anni, finalmente si poté accedere a quell’enorme bagaglio di innovazioni del pensiero che rispondevano all’appello di psicanalisi junghiana, etnologia, antropologia moderna, e autori “pericolosi” e “misteriosi” come Evola, Neumann, Kerényi, Elide, Otto e molti altri: sto parlando della cosiddetta “Collana viola” einaudiana. Questo programma editoriale ebbe l’inestimabile merito di intromettere in Italia un certo tipo di sapere che da moltissimi, contestatori e non, veniva accusato di “irrazionalismo selvaggio”. Si contestavano le impostazione e alcune delle conclusioni dei vari autori, che sfociavano non occasionalmente in una riorganizzazione della realtà misticheggiante e trascendente. Sanguineti, e ovviamente non lui solo, non si sottrasse al confronto con i testi, e si concentrò in una serratissima lettura critica e dialogica con i contenuti. Da qui la forte preminenza nella sua poesia di Jung, reputato fondante ma affatto accettato integralmente. Sta di fatto che, nel problematico contraddittorio con l’”irrazionale”, Sanguineti non sa conformarsi a una concezione del mondo caotica o indeterminabile, egli sente l’esigenza di una ricerca della razionalità che giustifichi e ordini l’oggettivo, necessariamente risolvendo il conflitto del metafisico. In questo senso la risposta più appropriata gli si presenta nel marxismo. Tale filosofia si basa sull’uomo e sull’organizzazione cosmica riconducibile solo e sempre al contingente. Non c’è spazio per angoli d’ombra suscettibili a criteri illogici. Il marxismo, insomma, è la risposta più efficace e funzionale al sentimento e posizione dell’uomo “scisso” e “perso nel labirinto” moderno, dove una precostituzione dell’esistenza risponde all’esigenza di certezza e compattezza psichica.

 

Concludendo vorrei integrare due esempi delle rispettive sezioni, scusandomi per le ampie lacune da me volontariamente o non trascurate in questa incompleta e purtroppo eccessivamente basilare esposizione, e sperando che questo scritto fomenti gemme di curiosità e interesse per quell’universo ancora non abbastanza esplorato e rivelato che è la poesia contemporanea, nella nutrita speranza di associare al contesto della poesia nuove voci, sia nell’organico degli specialisti appassionati, sia nel lettore che occasionalmente viene chiamato e per amore vi si trattiene, se e solo quando la forma acquisisce senso pregiato. La poesia oggi viaggia attraverso una palude che è crisi ma, così come ci ha insegnato Sanguineti, parallelamente prefigura e coagula in sé nuove opportunità di rielaborazione e consenso d’interesse. Spetta a lettori e scrittori garantire la sopravvivenza di questa millenaria manifestazione di bellezza e valore, prendendo atto che nulla è sicuro e immortale di per sé, se non viene alimentato costantemente dall’amore e dal necessario. La poesia è un sogno che merita ben altri riscontri, di questo sono convinto e per questo non bisogna abbandonarla nel gorgo, muti.

 
 
 
Da Laborintus (1956)
 
11.
 

la nostra sapienza tollera tutte le guerre

tollera la peste mansueta delle discipline

la tua statura mescola pietre sirene pollici bruchi

                                                                      oh fermo carcere

dei disegni e dell’utero tempo indicativo fontana che rode e silenzio

e propriamente et os clausit digito

                                                 distratto Laszo pietosamente

per amori per mezzo delle ossa amati

                                                       per mezzo della calce viva

per mezzo dei concerti per violino e orchestra

                                                                  per mezzo delle tue lenzuola

per mezzo della Kritik der reinen Vernunft

                                                            amori da ogni cornice
e da ogni tradimento protestati

                                            amori del tutto principali

amori ecco essenziali promossi da ogni fiore

                                                                ergo vacuas fac sedes

tuarum aurium devi assumere le pietre disperate oh tridente

delle mie fatiche chimiche ancora e sempre Ellie

mio folto estuario coltivatrice di cicatrici inchiodate

chiedere la notizia delle tue monete infiammabili dei tuoi vuoti porticati

per un regolamento

                           stabilirete il suo gusto

esigere il fallimento dietro la tua età

i fiammiferi con stanchezza sotto i conigli sottrarre

 
 
 
Da Purgatorio de l’Inferno (1964)
 
9.
 

piangi piangi, che ti compero una lunga spada blu di plastica, un frigorifero

Bosh in miniatura, un salvadanaio di terra cotta, un quaderno

con tredici righe, un’azione della Montecatini:

                                                                 piangi piangi, che ti compero

una piccola maschera antigas, un flacone di sciroppo ricostituente,

un robot, un catechismo con illustrazioni a colori, una carta geografica

con bandierine vittoriose:

                                    piangi piangi, che ti compero un grosso capidoglio

di gomma piuma, un albero di Natale, un pirata con una gamba

di legno, un coltello a serramanico, una bella scheggia di una bella

bomba a mano:

                       piangi piangi, che ti compero tanti francobolli

dell’Algeria francese, tanti succhi di frutta, tante teste di legno,

tante teste di moro, tante teste di morto:

                                                           oh ridi ridi, che ti compero

un fratellino: che così tu lo chiami per nome: che così tu lo chiami

Michele:
 
 
 
Bibliografia

Poesia del novecento italiano, a cura di Niva Lorenzini.

Il presente della poesia, Niva Lorenzini.

La poesia nel labirinto, Elisabetta Baccarini.

Modi della poesia contemporanea, Paolo Giovanetti.

Per studiare la letteratura italiana, Giuseppe Zaccaria e Cristina Benussi.

 
 
Dedicato a tutti coloro che vivono www.lankelot.eu
 
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
 

Edoardo Sanguineti (Genova, 1930), poeta, saggista, critico italiano.

Edoardo Sanguineti “Catamerone: 1951-1971”, Feltrinelli, Milano, 1974.

 

Approfondimenti in rete:
http://www.cirps.it/risorse/poesia/autori/fssanguineti.htm

http://www.feltrinelli.it/SchedaAutore?id_autore=181054
http://www.girodivite.it/antenati/xx3sec/_sanguin.htm


Già pubblicato sul sito di letteratura e scienze www.lankelot. eu


Gianluigi Pala
giovedì, 31 maggio 2007

Cosce, carne, collo,
datemi domani sangue e carne:
una gola da mordere, e scapole
da sgranocchiare; datemi
natiche bianchissime e salate,
ombelico di mirtillo e di lampone;
datemi fianchi morbidi, voglio
scivolare sulle dita
dei piedi, come un archetto;
datemi capelli che grondano
vita sulle coppe di grano, e spalle
docili da violentare:
datemi labbra da pizzicare,
pelle da lacerare e
pelle da incidere
(il mio nome: io, in te);
datemi un sorriso che m’ammazza,
due parole per ammutinarmi
e due versi per incatenarmi;
datemi carne che rigeneri carne,
sale e sangue e gioia
voglio l’acqua della fonte proibita
voglio quel che è rimasto inviolato
voglio avere quel che non dovrei

datemi lei da mangiare

Gianfranco Franchi
postato da: Arpaeolia alle ore 09:25 | Link | commenti
categoria:poesia, franchi
domenica, 08 aprile 2007

Nazim Hikmet

Amo in te (1941)

l'avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l'audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l'impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne
amo in te l'impossibile
ma non la disperazione.

postato da: Mariaj alle ore 12:21 | Link | commenti (3)
categoria:poesia
venerdì, 06 aprile 2007

"Pascal afferma che, dal punto di vista dei fatti, il Bene e il Male sono una questione di 'latitudine'. In effetti, un certo atto umano qui è chiamato crimine, là buona azione, e viceversa. Così, in Europa, generalmente si prova affetto per i propri vecchi genitori;"

E' una raccolta di racconti, autore misconosciuto e sottovalutato. E' un po' difficile, forse. Bisognerebbe per forza incontrarlo per caso.

postato da: Arpaeolia alle ore 12:55 | Link | commenti (8)
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martedì, 03 aprile 2007
Mamca mezza frase ma si capisce lo stesso quello che volevo dire, no?
postato da: Mariaj alle ore 19:04 | Link | commenti (1)
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martedì, 03 aprile 2007

Con grande dispiacere annuancio il titolo del libro che nessuno ,a parte Gianluigi che ha però, barato!!!

Rullo di tamburi....

Era "Buio a mezzogiorno", di Arthur Kostler,bellissimo romanzo sulle purghe staliniane e sui relativi processi farsa in Urss...

Peccato,non vi si siete aggiudicati  i 5000000 euro in palio...

Alla prossima!

 

postato da: Mariaj alle ore 19:03 | Link | commenti
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sabato, 31 marzo 2007

ciao, volevo proporvi un gioco: variazioni su un tema di Verlaine.traducendo la poesia Sérénade dei Poèmes Saturniens, ho notato come si dessero varie opportunità di mutare i contenuti, mantenendo intatte le forme e il senso complessivo, ma modificandone il colore. ad esempio, si potrebbe scambiare "chitarra" con "cornamusa", e "di dolcezza bizzarra" con "che graffia e fa le fusa". ma siccome sono pigro, e non ho voglia di giocar da solo, vi invito a farlo tutti insieme!

Comme la voix d’un mort qui chanterait
Du fond de sa fosse,
Maîtresse, entends monter vers ton retrait
Ma voix aigre et fausse.

Ouvre ton âme et ton oreille au son
De ma mandoline :
Pour toi j’ai fait, pour toi, cette chanson
Cruelle et câline.

Je chanterai tes yeux d’or et d’onyx
Purs de toutes ombres,
Puis le Léthé de ton sein, puis le Styx
De tes cheveux sombres.

Comme la voix d’un mort qui chanterait
Du fond de sa fosse,
Maîtresse, entends monter vers ton retrait
Ma voix aigre et fausse.

Puis je louerai beaucoup, comme il convient,
Cette chair bénie
Dont le parfum opulent me revient
Les nuits d’insomnie.

Et pour finir je dirai le baiser,
De ta lèvre rouge,
Et ta douceur à me martyriser,
- Mon Ange ! - ma Gouge !

Ouvre ton âme et ton oreille au son
De ma mandoline :
Pour toi j’ai fait, pour toi, cette chanson
Cruelle et câline.

postato da: panbix alle ore 00:43 | Link | commenti (2)
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venerdì, 30 marzo 2007
In questa “inumazione prematura”, la massa dei miei atomi ha meritato, per autocombustione irripetibile, un’esplosione che ha disintegrato gli scapigliati fiutascorregge della tradizione e i signori di baciaculo della neo-avanguardia pre-pensionata. Anche se, senza scampo, seguitano a ri-prodursi, visibilmente intronati dal boato.
Disintegrata è l’autorialità ecceduta dalla sprogrammazione nel prodursi e costituirsi come opera di che solo le scorie sono oggetto del corpo tipografico a seguire.
Disintegrato è tutto il novecento: il “pasticciaccio brutto” dell’anti-neo-tradizione intesa come servizio funebre d’imbellettare il sonno eterno dei classici, e – in questo ufficio macabro-cosmetico – se-viziare, “spregiudicata”, posture e atteggiamenti, spettinandone il senso, sforbiciandolo, intascare una ciocca del dis-senso “diligente”, invidioso, mai tentata di rinunciare al senso; come la scampagnata d’avanguardia, lungi dal rovinare le rovine, nell’ora più sfrenata di ricreazione scolastica, scorrazza, sfregia i nomi sulle lapidi, inverte fiori, ceri e fuochi fatui, e finalmente impazza nell’obitorio di quel cimitero, invocando il non-senso e il suo contrario. Non oltre.
postato da: Arpaeolia alle ore 10:47 | Link | commenti
categoria:carmelo bene, arte del novecento, autografia dun ritratto